Le donne di Al-Ama'ri

(Ramallah) – Il quadro appeso al muro è luminoso, dai colori pastello. Il volto di una donna palestinese attira subito gli sguardi veloci di chi ci passa accanto: gli occhi neri, il viso stanco ma forte. I suoi vestiti sono quelli tradizionali, coprono il corpo di stoffe leggere. Sono tanti gli artisti palestinesi che nascondono la Palestina dietro i volti delle sue donne. La terra è madre, la patria sognata è una figura femminile. La ragione, forse, sta dietro la natura stessa delle donne palestinesi, la cui condizione ha seguito un percorso in parte diverso da quello delle donne di altri Paesi arabi.

Lavoratrici instancabili, spesso le uniche in grado di reperire una fonte di reddito perché vedove o mogli di un prigioniero politico, educatrici dei propri figli e vere reti sociali della comunità. La loro condizione è figlia dell’occupazione militare israeliana e delle sue conseguenze sulla vita quotidiana, ma anche prodotto di una cultura ancora profondamente patriarcale.

Pur presenti nei posti di lavoro, nelle associazioni, nei partiti e nelle istituzioni, le donne continuano ad essere spesso emarginate. Il Women Center del campo profughi di Al-Ama’ri, a Ramallah, 7.500 residenti, è una piacevole sorpresa. Completamente gestito da donne per le donne del campo, offre servizi di ogni tipo, da lezioni di fotografia e computer all’assistenza legale in caso di divorzio o di violenze domestiche.

«Il centro è nato nel 1993 sotto l’egida delle Nazioni Unite e con i finanziamenti dell’Unione Europea – ci spiega Rif’at al-Rish, storica direttrice della struttura –. Nel 1997 l’Unrwa (l’agenzia Onu per l’assistenza ai profughi palestinesi - ndr) ha consegnato le chiavi a piccole organizzazioni nate nel campo. Abbiamo subito tenuto le elezioni per creare il comitato direttivo. Solo donne. Abbiamo deciso di dare al campo qualcosa di più dei corsi di cucito dell’Onu. E oggi siamo totalmente indipendenti».

Al momento le donne iscritte sono 350, ma le beneficiarie delle attività del centro sono molte di più: «Siamo uno dei pochissimi centri a fornire assistenza psicologica e legale – continua Rif’at – .Il nostro avvocato e le psicologhe seguono i casi di divorzio, aiutano le donne quando vi sono violenze tra le mura domestiche e forniscono supporto contro lo stress derivante dalla vita quotidiana in un campo profughi. Una realtà che tarpa le ali e può potenzialmente distruggere gli equilibri familiari e sociali: dopo la costruzione del Muro di separazione, molti uomini hanno perso il lavoro in Israele e solo il 40 per cento ha un impiego stabile, per lo più nel settore pubblico. La presenza del marito a casa per quasi tutto il giorno crea tensioni, le donne hanno meno libertà e spesso vanno incontro alla depressione. Se poi è la donna a dover lavorare per mandare avanti la famiglia, i rapporti tendono a incrinarsi e si crea un terreno fertile per le violenze».

L’ultimo rapporto dell’Ufficio centrale di statistica palestinese risale al 2005: in quell’anno si calcolava che il 62 per cento delle donne sposate nei Territori Occupati di Cisgiordania e Gaza fosse stato esposto a violenze psicologiche, il 23 per cento a violenze fisiche e l’11 per cento ad abusi sessuali almeno una volta nella vita. Nel 2013 un rapporto del ministero palestinese per le Questioni femminili indica «nella percezione sociale dell’inferiorità femminile, nel non riconoscimento dei diritti umani della donna, nella tradizione, nella tensione dovuta all’occupazione e nella povertà» i principali fattori scatenanti la violenza domestica.

Il Centro femminile di Al-Ama’ri ha così aperto cinque anni fa un’unità di sostegno psicologico gestito da professori specializzati, che tengono sia sedute di gruppo che incontri individuali. A cui, sempre più spesso, partecipano anche gli uomini. Accanto al sostegno psicologico, il centro fornisce anche lavoro ed educazione: «Siamo state in grado di trovare lavoro a molte donne del campo, anche se il tasso di disoccupazione è ancora altissimo, intorno al 60 per cento. La maggior parte delle donne lavora come badante, sarta o donna delle pulizie. Organizziamo anche vari corsi di formazione, dal ricamo al computer, dalla fotografia al video, ed eventi sociali e culturali» 

Le difficoltà sono tante, gli ostacoli da superare sono quelli più radicati nella cultura popolare. E se la donna in Palestina ha sempre partecipato attivamente sia alla vita della comunità sia alla lotta di resistenza, continua ancora oggi a scontrarsi contro un muro di diffidenza e privazioni: «Non è facile ottenere rispetto se esci di casa per lavorare e sostenere la tua famiglia – ci spiega Rif’at –. Oggi le donne hanno più responsabilità, ma anche maggiori difficoltà: non solo sono chiamate ad educare i propri figli, trasmettendo loro le informazioni necessarie a conoscere le proprie radici e la propria storia, ma il loro ruolo si è appesantito anche a livello sociale. È la donna, soprattutto in mancanza del marito, a tessere e mantenere vive le relazioni comunitarie».

«E se lavora, rischia di veder cambiare la propria immagine pubblica. Basti pensare che in Palestina c’è il più alto tasso di scolarizzazione femminile, oltre la metà dei laureati è donna. Ma il tasso di occupazione legale è tra i più bassi in Medio Oriente, sfiora a malapena il 15 per cento. La responsabilità è della società, ancora troppo maschilista, e delle istituzioni che non vogliono donne in posizioni di potere o dirigenziali (solo il 13 per cento dei parlamentari palestinesi è donna - ndr). A ciò si aggiunge la mentalità stessa della donna che spesso non è in grado di sfidare determinate strutture per rispetto della tradizione».

E come spiega bene l’ultima pubblicazione del Ma’an Development Center, sebbene la società abbia generalmente accettato il diritto delle donne all’istruzione, permane la convinzione che la donna sia un essere vulnerabile che, se pienamente indipendente, possa attirare vergogna e disonore sulla famiglia.

di Emma Mancini/Terrasanta.net 11/09/2013